Documenti
Caminera Noa
Riarmo europeo e subalternità: la Sardegna nello scenario di guerra
La guerra europea viene prefigurata come imminente dai vertici della NATO, che costruiscono uno scenario catastrofico per giustificare il riarmo. Richard Shirreff sostiene che la Russia potrebbe distruggere l’Europa in pochi giorni e invoca un rafforzamento immediato della difesa. Il generale Alexus G. Grynkewich annuncia conflitti simultanei contro Russia e Cina, indicando il 2027 come anno critico, costruendo un nemico che si materializzi nell’immaginario collettivo e legittimando una corsa agli armamenti sempre più massiccia. L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone invoca attacchi preventivi parlando di guerra ibrida, mentre il presidente ucraino Zelensky alimenta l’escalation, cercando di trascinare l’Unione Europea in una guerra contro la Russia e ostacolando ogni mediazione diplomatica.
In Europa la guerra si prepara con finanziamenti ingenti: cade tutta la retorica sui vincoli economici. Non si investe per le spese sociali, ma miliardi vengono destinati alle armi. Oggi l’Europa (UE + NATO europei) destina circa 400 miliardi annui alla difesa e dovrà investirne complessivamente 6.800 miliardi nei prossimi dieci anni secondo il piano di riarmo Europeo e gli impegni NATO al 5% del PIL, con l’obiettivo di salire da 400 a oltre 1.000 miliardi annui entro il 2035.
La normalizzazione della guerra si rafforza con la reintroduzione della leva militare in tutta Europa: Paesi Baltici, Nordici, Grecia, Austria, Croazia, Francia, Germania, Polonia. In Italia, la leva è sospesa ma resta possibile in caso di guerra; nel frattempo il ministro Crosetto prevede una riserva volontaria da 10.000 unità, mentre la Lega spinge per sei mesi obbligatori per i giovani. Insomma, si prospetta concretamente il ritorno del servizio militare obbligatorio.
La Sardegna, con i suoi poligoni interforze e la fabbrica di bombe a Domusnovas, si proietta nei conflitti internazionali. Ma la riflessione politica tarda a concentrarsi sul punto centrale: la crisi sociale strutturale dello Stato e le logiche di dominio coloniale hanno reso la nostra isola una terra di conquista facile, come dimostrano militarizzazione, piani di industrializzazione forzata e speculazione energetica. La logica è chiara: il territorio e le vite dei sardi sono a disposizione dello Stato e delle sue logiche di guerra; la Sardegna viene trattata come terra di sacrificio. In questo scenario è fondamentale ricordare la storia della Brigata Sassari: il sangue versato dai sardi nella Prima guerra mondiale fu strumento di dominio, non di emancipazione. Oggi come allora, il mito del sacrificio continua a consolidare le dinamiche di obbedienza politica allo Stato.
In un contesto sociale in cui si prepara la guerra e si fa propaganda militare, ci si aspetterebbe che il movimento indipendentista affronti i nodi concreti della condizione di subalternità della Sardegna: trasformare la propria terra da zona di sacrificio militare a spazio di autodeterminazione, contrastare lo sfruttamento coloniale e l’imperialismo, e costruire percorsi reali di emancipazione.
Parlare di indipendenza in astratto significa evitare la questione centrale: la Sardegna come pedina nei giochi di potere globali, con basi e infrastrutture militari al servizio della NATO e dell’imperialismo statunitense. Spostare il dibattito su valori europei, democrazia occidentale e solidarietà internazionale, senza riconoscere le contraddizioni interne e come questi stessi valori siano progressivamente erosi dalla logica del riarmo, significa eludere la questione e non prendere alcuna posizione rispetto allo scenario di una possibile guerra.
È una strategia che impedisce di affrontare concretamente i nodi che attraversano l’isola: questi vengono resi meno tangibili o spostati fuori dal dibattito politico, neutralizzati, mentre la realtà coloniale resta intatta. Parlare di liberazione e indipendenza così significa parlare senza agire, legittimando lo sfruttamento e chiudendo lo spazio di azione politica concreta. Mantiene alta la retorica, ma la Sardegna continua a non decidere del proprio futuro.
Paralleli storici e esperienze consolidate indicano una sola direzione: spezzare la logica del sacrificio imposto, della guerra e del riarmo, rifiutare l’arruolamento come strumento di dominio e decidere, oggi, contro la subalternità e la logica coloniale dello Stato.
Coscrizione,
sacrificio e sovranità: Una lettura decoloniale della Brigata Sassari e della
Sardegna
La coscrizione
della Prima guerra mondiale ci viene raccontata, da sempre, come un sacrificio
necessario, una prova di coraggio e un “battesimo della nazione”. Ma nelle
periferie degli Stati plurinazionali fu soprattutto un atto di violenza
politica, un momento in cui lo Stato pretese corpi senza concedere sovranità,
sangue in cambio di obbedienza e morte.
Québec,
Irlanda e Sardegna reagirono in modo diverso a questa pretesa, e in quelle
differenze si misura ancora oggi la distanza tra emancipazione e sottomissione.
La coscrizione di massa non fu mai neutra, fu un atto di dominio brutale
attraverso il quale lo Stato decise chi poteva morire e per cosa. Nelle
periferie culturali e nazionali la leva obbligatoria mise a nudo una frattura
insanabile: perché morire per uno Stato che non ti riconosce, che ti disprezza,
che ti usa come riserva di forza e ti restituisce marginalità? La risposta a
questa domanda definisce il destino politico delle nazioni senza Stato.
Nel Canada
della Grande Guerra, quando la coscrizione fu introdotta nel 1917, il Québec
francofono reagì con una rivolta politica consapevole. I moti di Pasqua del
1918 non furono un’esplosione irrazionale, ma la presa di parola di una
comunità che rifiutava di essere carne da cannone per un impero che non sentiva
suo. Per i franco-canadesi quella era una guerra britannica, imperiale ed
estranea. Non esisteva alcun legame identitario con Londra, né alcun debito
morale da saldare. Il rifiuto della coscrizione fu un atto collettivo di
dignità: negare il sangue per contrastare la dominazione anglofona e la
marginalizzazione culturale. Da quel rifiuto nascerà, nel lungo periodo, il
nazionalismo quebecchese moderno. Il rifiuto a “versare sangue” per la corona
diventa strumento di autodeterminazione.
In Irlanda la
posta in gioco fu ancora più radicale. Dopo l’Easter Rising del 1916, fallito
militarmente ma decisivo politicamente, il tentativo britannico di estendere la
coscrizione all’isola nel 1918 provocò un rigetto totale. Scioperi,
disobbedienza civile, opposizione compatta, sostegno del clero cattolico: la
società irlandese disse no senza ambiguità. La coscrizione venne percepita come
violenza coloniale, prelievo di corpi da una nazione non sovrana. Da quel
rifiuto nacque un punto di non ritorno il Sinn Féin si rafforzò, vinse le
elezioni del 1918 e aprì la strada alla guerra d’indipendenza. In Irlanda il
rifiuto di “versare sangue per la corona britannica” fu solo un atto
rivoluzionario.
La Sardegna,
invece, accettò la coscrizione, senza condizioni, senza contropartite, senza
una narrazione politica propria. La coscrizione venne interiorizzata come
destino e la Brigata Sassari, formata esclusivamente da sardi, fu trasformata
in strumento di sfruttamento bellico, usurata e decimata. Lo Stato celebrò il
coraggio dei “dimonios”, ma quella celebrazione fu una trappola perché i fanti
sardi combatterono per uno Stato che li considerava arretrati e incapaci di
autogoverno. Dopo la guerra non ricevettero nulla in cambio del sangue versato
ma ebbero in cambio solo povertà strutturale, repressione e politiche
coloniali. Questo è il nodo tragico: la Sardegna offrì il sangue prima di avere
sovranità. La lealtà fu passiva, subalterna, priva di qualsiasi forza
contrattuale. L’identità sarda non venne emancipata, ma solo militarizzata. La
Brigata Sassari divenne un mito fondativo utile allo Stato, non una leva di
autodeterminazione per il popolo sardo. A differenza di Québec e Irlanda, la
coscrizione non produsse rifiuto e ribellione, ma rafforzò il “patto coloniale”
implicito: “morire da sardi per vivere da italiani di seconda classe”. Questo
sacrificio viene politicamente incanalato nel dopoguerra con la nascita del
Partito Sardo d’Azione, ma la rottura non avviene, il sardismo nasce dentro lo
Stato, non contro lo Stato. Il sardismo non contesta la sovranità italiana, ma
chiede compensazioni. È un passaggio dal sacrificio alla delega: “abbiamo dato
il sangue, ora lo Stato ci deve qualcosa”. È un nazionalismo mutilato, che
scambia la dignità e la sovranità con l’elemosina. Il mito della Brigata
Sassari diventa capitale simbolico e prova di lealtà, ma produce soltanto
dipendenza strutturale: la legittimità sarda non deriva dal diritto di
decidere, ma dal servizio reso.
Il confronto
con altre realtà è impietoso. In Corsica la coscrizione non genera un mito
positivo, ma una memoria di spoliazione. Il nazionalismo esplode tardi, ma in
chiave anticoloniale e contro la militarizzazione.
In Catalogna
il conflitto si sposta dal sangue al potere: la borghesia evita la coscrizione,
negozia, costruisce istituzioni, trattiene risorse. Lì il nazionalismo nasce
dalla resistenza all’estrazione fiscale e politica, non dal sacrificio.
La Scozia
rifiuta il mito tossico della lealtà militare britannica – quel vincolo
coloniale che trasforma il sangue scozzese in merce per l'impero di Londra – e
lo ribalta in arma per l'autodeterminazione con una critica aperta al piano
nucleare missilistico britannico Trident.
I Paesi Baschi
hanno fatto il salto: prima rifiutano la leva franchista con l’insumisión di
massa, con migliaia di giovani che dicono no al servizio militare spagnolo; poi
conquistano il potere reale attraverso il Concierto Económico, ottenendo
autonomia fiscale e di bilancio e costringendo Madrid a negoziare.
La Sardegna
resta sola nella sua fedeltà inutile. La Sardegna è una colonia a tutti gli
effetti. Sfruttamento delle risorse, lingua subordinata, la popolazione
rappresentata come primitiva e violenta, il territorio trasformato in spazio di
sfruttamento. La coscrizione di massa è il momento fondativo di questa colonia: la popolazione sarda viene assorbita come risorsa dello Stato. La Brigata Sassari, in questa
chiave, è un dispositivo coloniale di incorporazione e pacificazione e non produce
libertà, ma obbedienza senza generare sovranità. Il fallimento non è solo
storico, è politico. L’élite sarda non rifiuta e non costruisce una
contro-narrazione, interiorizza l’inferiorità e la trasmette al popolo sardo.
Québec e
Irlanda politicizzano il rifiuto, la Catalogna politicizza il potere, la
Sardegna invece politicizza il sacrificio. Ed è questa la sua sconfitta. Per
uscirne serve distruggere il mito sbagliato della Brigata Sassari, che è solo
un mito coloniale. A questo va opposto un altro mito: non il sardo che muore
per lo Stato con un atto eroico, ma i sardi che si riconoscono in un processo
storico di lotte per la conquista della propria libertà e del diritto a
decidere sulla propria terra. Una sovranità sempre negata, strappata attraverso
il conflitto.
Dalla lettura del passato possiamo comprendere le dinamiche di subalternità del presente. I poligoni militari e la fabbrica di bombe RWM non sono un’eccezione, ma la continuità storica di una subalternità costruita con la coscrizione della Grande Guerra e riprodotta oggi nella militarizzazione del territorio. È qui che il presente si misura: di fronte al riarmo e all’ipotesi di una nuova leva obbligatoria, la Sardegna continuerà ad accettare la retorica del sacrificio per interessi altrui o saprà finalmente politicizzare il rifiuto della subordinazione coloniale? Chi decide, oggi, sul territorio e sul futuro dei nostri giovani?

