Omaggio a Bachisio Bandinu


“L’identità non è nostalgia, non è un passato immobile da contemplare, ma è la radice aperta per un domani da vivere con entusiasmo.”

La scomparsa di Bachisio Bandinu segna la fine di una delle voci più autorevoli e originali del pensiero sardo.

Bandinu non è stato un politico o un dirigente di partito, ma un intellettuale che ha dedicato la propria vita a comprendere la Sardegna, a raccontarne le contraddizioni e a restituire ai sardi una maggiore consapevolezza di sé. Eppure, come accadde a gran parte della migliore classe intellettuale sarda di ieri e di oggi, neppure lui è riuscito a colmare la distanza tra elaborazione culturale e mobilitazione popolare. Le sue idee hanno contribuito a formare coscienze, a generare dibattiti e a rafforzare una sensibilità nazionale sarda, ma non si sono tradotte in quel movimento politico di massa capace di trasformare l’aspirazione all’autodeterminazione in una forza popolare maggioritaria.

Questa constatazione non riduce la portata della sua opera, al contrario ne evidenzia uno dei nodi irrisolti della Sardegna contemporanea: la difficoltà di trasformare una ricca produzione culturale e intellettuale in un progetto politico condiviso e radicato nella società.

La sua riflessione nasceva dall’osservazione delle profonde trasformazioni vissute dall’isola nel secondo dopoguerra: l’emigrazione, l’abbandono delle campagne, l’industrializzazione imposta dall’esterno e la progressiva perdita di riferimenti culturali e identitari. Secondo Bandinu, il problema della Sardegna non era soltanto economico o amministrativo, ma riguardava soprattutto la perdita di sovranità culturale. Un popolo che smette di leggere il mondo attraverso la propria lingua, la propria memoria e la propria esperienza rischia di diventare una periferia permanente, dipendente dalle decisioni e dai modelli elaborati altrove.

Per questo la difesa della lingua sarda occupò sempre un posto centrale nel suo pensiero, non come esercizio nostalgico o folkloristico, ma come strumento essenziale di libertà e autodeterminazione. La lingua, per Bandinu, non era soltanto un mezzo di comunicazione, ma il luogo in cui una comunità costruisce il proprio rapporto con la realtà. La sua battaglia era quella di una Sardegna capace di essere moderna senza rinunciare alla propria identità, aperta al mondo ma consapevole delle proprie radici.

Le sue analisi sulle servitù militari, sullo sfruttamento delle risorse del territorio, sulla dipendenza economica e politica dell’isola hanno contribuito a formare generazioni di sardisti, indipendentisti, studiosi e amministratori. Molte delle riflessioni che oggi animano il dibattito sulla sovranità, sull’autodeterminazione e sul futuro della Sardegna trovano nelle sue opere uno dei punti di riferimento più importanti.

Tra i suoi lavori più significativi: Il re è un feticcio, una lucida analisi dei meccanismi della dipendenza culturale; Costa Smeralda, riflessione critica sui modelli di sviluppo e sulla colonizzazione economica dell’isola; Pro s’Indipendèntzia, testo centrale per comprendere la sua elaborazione sulla sovranità e sul diritto dei sardi a decidere del proprio futuro; e Noi non sapevamo, opera che invita a una profonda presa di coscienza collettiva sulle responsabilità storiche e culturali della Sardegna.

Libri che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento per chiunque voglia interrogarsi sul rapporto tra identità, libertà e autodeterminazione.

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